MATTEO DI FIGLIA: FASCISTI A
PALERMO (ISTITUTO POLIGRAFICO EUROPEO, 140 PAGINE, 14 EURO)
Il fascismo a Palermo non si affermò con lo squadrismo, anche
se non mancarono gli atti di violenza in tutto il circondario.
La "rivoluzione" in camicia nera si presentò come un processo di
formazione e di reclutamento di ceti dirigenti, amministratori,
politici spesso di professione. I meccanismi di selezione
vengono ricostruiti da Matteo Di Figlia, storico dell'università
di Palermo, nel libro "Fascisti a Palermo" edito dall'Istituto
poligrafico europeo.
Nel fascismo e nel regime si ritrovano tanti esponenti
siciliani di primissimo piano. Il caso più importante è quello
del filosofo Giovanni Gentile, ideologo del regime, ma di forte
rilevanza fu anche quello di Telesio Interlandi che, oltre a
essere il promotore e direttore del "Tevere" tra i più
importanti giornali del tempo, diresse "La difesa della razza",
la testata nella quale trovò stimolo e ispirazione il pensiero
razzista. L'oculista Alfredo Cucco rappresentò un'altra figura
di "uomo nuovo" del fascismo siciliano (fu componente del
direttorio) ma fu espulso dal partito dopo un'indagine su una
discussa gestione di fondi. Tornò ad avere incarichi dal 1943
prima nella Repubblica di Salò e poi come deputato del Msi nel
parlamento repubblicano.
La presenza dei siciliani nel sistema di potere fascista si
concentrò nella prima fase del regime. Cominciò a ridursi a
partire dal 1935, quando Antonio Albertini lasciò l'incarico di
sottosegretario al ministero di grazia e giustizia, Ruggero
Romano quello al ministero delle Comunicazioni e Guido Jung la
guida del ministero delle Finanze.
Il confronto con la mafia fu uno dei punti cardine
dell'azione del fascismo in Sicilia. Dopo l'operazione condotta
dal prefetto di ferro Cesare Mori, i vertici del partito, i
questori e i prefetti interagirono con i gruppi mafiosi ora per
tenerli lontano dai gangli del potere locale ora cooptandoli
come parte di un notabilato del quale si cercava l'appoggio.
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