Gli hanno legato le mani e lo hanno ucciso a sangue freddo mentre tentava di scappare in aperta campagna: Ibrahim Shahin aveva solo 12 anni. E l'immagine del suo corpo, a terra, senza vita, ha suscitato orrore e sgomento in Siria. E' stato ucciso in quanto alawita, membro di una comunità associata al passato regime degli Assad, insieme al padre Somar, lo zio Thaer e il nonno Ibrahim da un un gruppo di uomini armati col volto coperto. Nello stesso eccidio sono stati colpiti a morte il sindaco del villaggio, Jawdat Fares e il figlio Najdat. Tutti provenienti da una zona agricola storicamente ai margini dello sviluppo socio-economico e da cui sono venuti anche, per decenni, esponenti del deposto regime. Le condizioni di estrema povertà di quella comunità di contadini alawiti sono racchiuse nel dettaglio, mostrato dalle immagini del corpo di Ibrahim Shahin a terra, di un cordino di stoffa nera per tenere i pantaloni legati alla vita.
Con questa scioccante storia, verificatasi lunedì scorso alla periferia di Baniyas, cittadina sul Mediterraneo, la guerra civile siriana scrive una nuova pagina di violenza a sfondo confessionale: gruppi armati sunniti, vicini al nuovo governo di Damasco, dai primi di marzo a oggi hanno ucciso più di mille civili alawiti (oltre 1.500 secondo altri bilanci), tra cui donne, bambini e anziani, assaltando decine di località costiere di Tartus e Latakia, dando fuoco e saccheggiando case e negozi.
Il governo, rappresentato dall'autoproclamato presidente Ahmad Sharaa (Jolani), ex leader qaidista e per anni a capo di una coalizione jihadista sostenuta direttamente dalla Turchia, ha incaricato una commissione di inchiesta per far luce sulle uccisioni dei primi di marzo.
Gli alawiti sono una branca dello sciismo a cui appartengono clan per decenni alleati della famiglia Assad, al potere per oltre mezzo secolo fino all'8 dicembre scorso. Dagli anni '70 del secolo scorso, il sistema di controllo e repressione del regime è stato dominato in larga parte da personalità alawite.
Numerosi altri alawiti sono stati però dissidenti e oppositori, finiti anch'essi, come moltissimi siriani di altre comunità, nel tritacarne delle tristemente noti carceri di Assad.
L'uccisione del giovanissimo Ibrahim Shahin è avvenuta nell'attuale contesto di violenza intestina, intriso del senso di vendetta e rivalsa di una parte di siriani contro altri siriani. Il crimine è stato compiuto nei campi di Harf Banamra, nel primo giorno della festa per la fine del Ramadan e meno di un mese dopo i pogrom di marzo contro gli alawiti, violenze che hanno spinto più di 20mila civili della costa a fuggire nel vicino Libano.
Dopo l'uccisione di Ibrahim, i media governativi hanno mostrato un leader religioso alawita locale affermare che le forze di sicurezza di Damasco hanno riportato l'ordine e la sicurezza dopo aver fermato i presunti responsabili dell'eccidio. Questi, secondo concordanti racconti locali, provenivano dal vicino posto di blocco gestito proprio dalle forze governative.
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